CELENZA VALFORTORE – Il «corto circuito» fra il capo del dicastero dell’Agricoltura e quello dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, allorché smentito dallo stesso Francesco Lollobrigida e dal suo omologo Gilberto Pichetto Fratin, desta inconciliabili interrogativi e non poche perplessità sul governo.

La bozza del decreto legge portato oggi all’attenzione del Cdm dal ministro Lollobrigia, in cui è stato approvato il «decreto Agricoltura» che prevede uno stanziamento di 98,6 milioni di euro per segnare un concreto cambio di passo nel sostegno al settore agricolo, ha innescato qualche fastidio nella maggioranza di governo e soprattutto fra i rappresentanti di Forza Italia, che vogliono ad ogni costo minimizzare questo piccolo incidente di percorso. Limitare gli espropri agli agricoltori per quanto concerne l’installazione di impianti fotovoltaici è una conseguenza di politiche troppo restrittive, che mettono gravemente a rischio l’elettorato. Dall’altra parte, Gilberto Pichetto Fratin, cerca di minimizzare l’affondo (di buon senso) del collega del suo governo, ma questo che vorrebbero definire un «inciampo», delinea l’inizio di qualcosa di più serio e consistente.
La corsa (folle e indiscriminata) alle fonti di energia alternativa sono la diretta conseguenza di politiche vengono discusse e approvate a Bruxelles, secondo le rigidissime linee guida imposte dal Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e del Pniec (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030).
Affinchè si potesse «blindare» questo processo di transizione energetica del Paese, l’allora premier Mario Draghi, – nonché potenza suprema delle politiche strategiche finanziarie europee ed internazionali – ha pensato bene di «corazzare» questo progetto, che avvantaggia di fatto solo ed esclusivamente le grandi holding della fantomatica «energia pulita». Grazie al famigerato decreto legge «Semplificazioni bis» (n. 77/2021), secondo cui tutte le opere messe in campo con le finalità legate a progetti strategici per la transizione energetica saranno considerate di pubblica utilità, indifferibili e urgenti; si esclude duqnue, ogni qualsivoglia presupposto di illegittimità dei provvedimenti di occupazione dei suoli – in questo caso agricoli – in quanto provvedimento d’urgenza, disciplinato dall’art.22bis del Dpr n. 327/2001.
Tutto questo significa, in parole povere, che anche i privati che intendono realizzare impianti per la produzione di energie rinnovabili, posso contare su un decreto di espropriazione nei confronti dei terreni degli agricoltori.
Il braccio di ferro dei comuni contro i progetti dei parchi eolici della Valle del Fortore
Alcuni sindaci del Monti Dauni sono perpelssi e desiderosi di andare a fondo rispetto a questa nuova situazione, secondo cui, il ministro dell’Agricoltura – solo per gli impianti agrivoltaici – vorrebbe modificare le legge Draghi del 2021, classificando le zone agricole dei vigenti piani urbanistici come aree non idonee all’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra, quindi escludendo un esproprio massivo dei suoli; senza che il testo si pronunci sulla installazione nei campi agricoli delle pale eoliche.
Infatti, proprio sui Monti Dauni, all’estremo confine con il Molise e la Campania, i sindaci di alcune aree ancora incontaminate dal proliferare di imponenti parchi eolici, sono sul piede di guerra. Esiste un nuovo progetto relativo ad un parco eolico che dovrebbe sorgere nella Valle del Fortore, dopo quello contestatissimo di Celenza Valfortore e di Carlantino.
La proponente Wind 2 Energy Italia Srl di Mondovì, in provincia di Cuneo, avrebbe in cantiere la costruzione del “Parco Eolico di Tufara” composto da sei aerogeneratori con Potenza unitaria di 5,1 MW e relativa connessione alla Rete nazionale. Il tutto interesserebbe i comuni di Tufara (Cb), San Bartolomeo in Galdo (Bn) e quello dei Monti Dauni, di San Marco la Catola, il cui primo cittadino, Luigi Piacquadio, non riesce a comprendere il motivo per cui esiste sulla carta un progetto di un parco eolico che ricade nel suo territorio, senza che nessuno avesse mai interpellato gli amministratori della zona. «Ci troviamo al cospetto di una situzione imposta, dove aziende private (che non sono neppure della zona) vengono a fare business sui nostri territori, con progetti mastodontici che peraltro non hanno nessuna ricaduta diretta sulla fragile economia del nostre aree, uniche per la loro bellezza incontaminata».

E infatti, molti comuni come San Marco la Catola, con tutte le difficoltà economiche contingenti, hanno cominciato una lenta ma progressiva politica di rinnovamento per rendere attrattivi i loro territori sotto il punto di vista turistico, visto che il problema dello spopolamento mette a serio rischio persino i servizi primari di questi paesi, così come ci rivela lo stesso sindaco Piacquadio che continua: «Stiamo ultimando la ristrutturazione del Castello e all’interno dello stesso abbiamo ricavato una efficiente e moderna biblioteca, indispensabile per offrire un certo servizio anche al turista che decide di visitare i nostri borghi, la cui bellezza verrà penalizzata e condizionata dalla costruzione di torri eoliche alte quanto la torre Eiffel».
È invece ancora più duro e determinato il sindaco di Celenza Valfortore, Massimo Venditti, che ha già intrapreso una intransigente campagna di sensibilizzazione contro la Rinnovabili Sud Due Srl, la società di potenza che avrebbe in progetto la costruzione di un parco eolico di ben 17 aerogeneratori dalla potenza complessiva di 78 MW, più 30 MW di accumulo. «Si tratta di un progetto inadeguato per i nostri territori e quello limitrofo di Carlantino. Per capire l’entità dell’impianto, è sufficiente considerare la grandezza delle pale di ben 200 metri ognuna: vale a dire un ecomostro che cambierebbe radicalmente l’aspetto del nostro territorio e del nostro paesaggio che si affaccia sulle rive del lago di Occhito».

Una piccola pausa di riflessione per il sindaco Venditti che continua come un fiume in piena: «Venderemo cara la nostra pelle: abbiamo avviato tutta una serie di contatti di diverso tipo anche ad alto livello, per determinare l’inadeguatezza di quanto si vorrebbe fare, in un contesto in cui esistono vincoli di interesse paesaggistico e naturalistico. I nostri legali sono a lavoro, stiamo preparando una serie di esposti che partiranno a breve».
Le dichiarazioni dell’onorevole Giandonato La Salandra
Abbiamo interpellato il deputato foggiano Giandonato La Salandra, componente della Commissione Agricoltura alla Camera, da sempre molto attento alle questioni relative al comparto agricolo di Capitanata e delle problematiche legate all’occupazione di suolo agrario per l’intallazione di impianti ad energia rinnovabile: «Tra le misure, grande rilevanza è assegnata alla salvaguardia delle nostre campagne, al fine di garantire la sovranità alimentare nazionale fermando le speculazioni ed il consumo di suolo con impianti fotovoltaici a terra che sono incompatibili con l’attività agricola. Il previsto divieto di impianti fotovoltaici a terra in area agricola definisce le zone classificate come agricole nei piani urbanistici, quali aree non idonee all’installazione di impianti fotovoltaici a terra».
«In merito alla opportunità di porre un freno alle autorizzazioni di esproprio anche per l’eolico, l’argomento non è contenuto nel decreto ma la discussione in merito non è certo conclusa. Il decreto ministeriale su iniziativa del ministro dell’Agricoltura e Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida sarà discusso comunque in Parlamento, dove si troverà forma e spazio per le varie esigenze».
«Il principio, come ribadito dal ministro Lollobrigida è introdurre criteri che assicurino la compatibilità con la produzione agricola. Criteri già seguiti per il capitolo dedicato all’agrivoltaico nel Pnrr. Si privilegia la produzione di energia solare da pannelli compatibili con la produzione agricola: quindi quelli posti sui tetti delle stalle e delle serre e sulle pertinenze agricole. Oppure gli impianti che prevedano un’altezza dal suolo che non impedisca la produzione agricola».
«Sul tema dell’occupazione dei terreni agricoli di certo è in corso una riflessione da parte del Governo e si cerca di trovare un punto di convergenza, anche rispetto alle esigenze ambientali, per evitare anche di deturpare realtà paesaggistiche o alcune aree che sono di alta eccellenza agricola. Ci sarà tutto il tempo parlamentare per approfondire e gli uffici tecnici ci lavorano alacremente».

Massimo Manfregola








