ROCCARASO – Tecnicamente viene definita stagnazione economica strutturale, quella legata ad una crescita economica molto scarsa, lenta o persino nulla. Il calo del reddito dei cittadini italiani e l’aumento del debito pubblico hanno portato ad una condizioni critica l’agognata crescita del Paese. La diminuzione del Pil, sono anche la diretta conseguenza di una serie di fattori come la disoccupazione e l’inflazione. L’aumento dei prezzi che riduce il potere d’acquisto della moneta, sono la diretta conseguenza di poltiche economiche che hanno trascinato il nostro Paese negli abissi.

In occasione della tre giorni di Roccaraso e Rivisondoli, l’evento dal titolo «Idee in movimento» organizzato dal partito del Carroccio nelle località abruzzesi dal 23 al 25 gennaio scorso, il responsabile Economia della Lega, l’onorevole Alberto Bagnai non si è limitato a mezzi termini per sottolineare che «A causa delle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea e avallate dalla sinistra il Pil italiano è stato fermo per ben 17 anni. Per rendere l’idea – continua Bagnai – la crisi economica causata dalla seconda guerra mondiale è durata dieci anni, nel senso che nel 1949 si era tornati al Pil del 1939. La recente ripresa degli investimenti dipende dalla sospensione delle regole europee, più che dal PNRR. Il PNRR – conclude l’esponente del Carroccio – è solo uno strumento finanziario, nonché un debito, come risulta dai resoconti del Dipartimento del Tesoro, il cui costo finanziario, peraltro, non è noto, e i cui costi burocratici sono esorbitanti. Siamo sicuri che il PNRR sia l’unico modo per fare investimenti? Se così fosse, come abbiamo fatto prima del 2010 a garantire lo stesso livello di investimento pubblico pur non avendo questo strumento?».

L’intervento del deputato della Lega Alberto Bagnai è stato alquanto caustico e si conclude con un interrogativo che nasconde quella che di fatto è un’arguta provocazione. La percezione generale è quella di una situazione che non dipende direttamente dalla volontà dei cittadini. È una sorta di onda d’urto che all’impotenza generale associa una forza di impatto sulle generazioni future assolatamente negativo. Una forbice sempre più drammaticamente larga divide le due fasce sociali, fra ricchi e poveri, dove nel mezzo si assottiglia quella che una volta era denominata la «fascia media» o ceto medio, quella che faceva da cuscinetto rispetto alle due categorie della popolazione. Oggi è sotto gli occhi di tutti un aumento esponeziale delle disuguaglianze fra ceti sociali, dove sempre più famiglie non hanno accesso alle cure mediche né alla garanzia di un tenore di vita adeguato alle necessità di un vivere dignitoso.

È ovvio che bisogna invertire questa tendenza, che è diventata una voragine che ineluttabilmente fagocita pezzi di società, pezzi storia e di cultura sociale. Un vuoto ideologico che ha lasciato troppi spazi di manovra ad una oligarchia del potere finaziario che detta di fatto l’agenda politica ai singoli governi centrali di una Europa priva di identità, e sempre più compressi in una logica di potere extraterritoriale che non riescono più a gestire né a governare. Non esiste più nessuno spazio di manovra che quello dettato dalle grandi lobby di potere, che spingono i governi a scelte economiche autolesioniste e inadeguate se l’obiettivo è quello di risalire la china. Ammettere il fallimento di alcuni modelli economici, adottati da una classe dirigente che non ha capito quanto questi siano antitetici e distanti rispetto alla realtà contingente. Ammettere il fallimento, dunque, è il primo passo per cominciare la risalita.
mas.man.







