ROMA – Dietro ogni buon libro si cela la parte più nascosta e recondita dello scrittore. Dario Torromeo è un vecchio collega del Corriere dello Sport-Stadio, la testata che ha servito per quarant’anni con passione e competenza e con una dedizione quasi maniacale per le trame e i personaggi che hanno fatto grande il pugilato dei nostri giorni. Conoscendo il suo valore di giornalista e di inviato si è consapevoli di quanto possa essere avventuroso e certosino il «volto» che riesce a dare ai personaggi delle sue narrazioni, attraverso «storie maledette» come il titolo di questo suo ultimo libro sulla boxe di 512 pagine edito da Diarkos.
«L’inferno è il cuore di Storie maledette della boxe, del mio ultimo libro – precisa Dario Torromeo che ha conosciuto campioni come Ali, Leonard, Tyson, Archie Moore e Foreman – . Fuoriclasse, campioni, comprimari, pugili che salgono sul ring solo per pochi dollari ne sono frequentatori abituali. Sul ring sono abituati a lottare, vanno incontro al dolore, convinti che sia l’unico modo per sconfiggere il male, o almeno imparare a conviverci. Una volta scesi quei gradini e tornati nel mondo, perdono ogni capacità di difesa. E allora, attaccano. Sempre e soltanto».

Un mondo, quello della boxe, fatto di pugni, potenza fisica, forza bruta, resistenza disumana. Ma che nasconde un’altra faccia, quella dei drammi e delle tragedie, dei silenzi assoluti, dell’isolamento sociale e delle fragilità interiori. Sono «Ritratti di eroi sul ring, diavoli nella vita».
Scrive ancora Torromeo nella sinossi del suo libro: La boxe aiuta ad affrontare la vita. Ma c’è chi, scivolando lungo il cammino, subisce o infligge autentiche tragedie. Per poi finire il viaggio direttamente all’inferno. Tiberio Mitri, Carlos Monzón, Stanley Ketchel, Johnny Tapia, Arturo Gatti, Hector Camacho. Sono solo alcuni dei quarantacinque protagonisti di queste pagine. Qualcuno si è salvato, come Gilberto Ramirez, Claressa Shields, Daniel Jacobs. A un passo dalla tragedia, sono riusciti a costruire una vita diversa da quella che il destino sembrava avesse in serbo per loro. Altri no, hanno percorso strade senza uscita, vicoli ciechi che non hanno permesso loro di scorgere la luce alla fine del tunnel: Luis Resto, Tony Ayala, Sonny Liston, Tommy Morrison.

L’autore scrive nel prologo del suo libro:
Se nasci a Brownsville, Brooklyn o nel Bronx, nelle città infuocate del Messico o nei quartieri popolati dalle gang londinesi, come è accaduto ai nostri protagonisti, di sicuro ti sei guadagnato un biglietto omaggio per un viaggio nella violenza. Se vieni alla luce in una capanna, con tua madre che si contorce su un letto di paglia e stracci a San Javier, 160 chilometri da Santa Fe in Argentina; se il tuo papà muore quando avevi appena tre mesi e la mamma rimane l’unica al mondo a mantenere la famiglia, con pochi soldi e cinque figli, puoi essere sicuro che la fortuna non busserà presto alla tua porta. La povertà genera sofferenza, che spesso sconfina nel dolore. E se riesci a uccidere la bestia, puoi star certo che quella si ripresenterà puntuale alla prima occasione.

La vita, per chi parte con la sacca piena di angoscia sulle spalle, è un sentiero faticoso da percorrere. Per non farlo diventare un tunnel senza uscite, devi avere il colpo di culo di incrociare compagni di viaggio che sappiano stare al tuo fianco, senza aumentare il tasso di pericolosità del viaggio, magari consigliandoti il giusto per evitare che inciampi.
Uccidi o sarai ucciso
Nel libro ci sono ritratti di personaggi famosi. Carlos Monzon e Mike Tyson, Jake LaMotta e Tiberio Mitri. Uomini che hanno affrontato la vita costantemente in corsia di sorpasso, senza preoccuparsi troppo di fare male a qualcuno. Né di fare male a sé stessi. Infanzie devastate dalla tragedia.
Johnny Tapia era un bambino di otto anni quando ha visto la mamma stuprata e uccisa davanti ai suoi occhi.
Qualcuno è riuscito a uscire dal tunnel buio, dalle maledizioni della vita. Gilberto Ramirez abitava a Mazatlán, Messico. Un posto in cui ogni ragazzo ripeteva continuamente lo stesso mantra. Era l’unica indicazione su come andare avanti.
Gilberto ce l’ha fatta, ne è uscito fuori. Oggi è più volte campione del mondo. Identico destino per Claressa Shields, nata a Flint, la città con il più alto indice di criminalità negli Stati Uniti. Ne è uscita, anche lei, è salita sul gradino più alto della scala. Campionessa mondiale in più categorie.
Ma per uno che si salva, dieci, venti, cento restano al tappeto. A volte, per sempre. È la maledizione di dove nasci, di chi frequenti, in quale famiglia cresci.
Nel libro si racconta la faccia più brutta della boxe, i demoni che quotidianamente tormentano i pugili. Il vuoto che li circonda, la consapevolezza di essere soli. L’unica soluzione possibile sembra essere la fuga nella droga, nell’alcool. Fino a chiudere il viaggio, disperati, in un vicolo sporco e triste di uno dei tanti ghetti del mondo.
Accade ai grandi, a volte anche ai piccoli. Ho scelto di raccontare, ho cercato di non giudicare. Nel libro sfilano veri eroi della boxe. Salvador Sanchez, Joe Louis, Sonny Liston, Wilfredo Benitez, Hector Camacho.
Per loro non c’è lieto fine. Non c’è per i fuoriclasse, né per le comparse di uno sport duro come il pugilato. Non c’è per i campioni né per chi sale sul ring solo per comprare un biglietto aereo, per essere accanto alla bara della mamma nell’ultimo viaggio su questa Terra.
Ho visto un barlume di speranza nella storia dell’incredibile recupero di Daniel Jacobs da un tumore alle ossa, una vita salvata quando sembrava che tutto dovesse finire. Lo chiamano Miracle Man. Credo di avere scritto un libro, la rubo a Pierangelo Bertoli, a muso duro. Ho cercato di evitare retorica e complicità. Qualcuno ha detto che la boxe è una metafora della vita. La scrittrice americana Joyce Carol Oates ha ribaltato il concetto: È la vita ad essere una metafora della boxe.
Sono convinto che, sul ring, boxe e vita si mescolino fino a diventare una sola cosa. Pugili che lottano per prendersi quello che pensano gli appartenga. Per farlo, sono pronti a rischiare l’intera posta. Sacrifici, sofferenze, tragedie, sogni e illusioni. Sono pronti a rischiare tutto per la vittoria. A volte, anche la vita.
Il ring, spesso, è onesto. Scesi quei gradini, il panorama cambia. Il nemico non è più davanti a loro, come accade nel pugilato. Spesso si nasconde e colpisce a tradimento. I pugili pagano sempre. Gli altri protagonisti di questo sport, raramente. Perché la boxe è nobile, ma gli uomini che la popolano non sempre lo sono.
Questo che ci presenta lo scrittore e giornalista romano è un libro che parla di esistenze maledette, colpe da espiare, eventi drammatici. Una lettura che aiuta a capire un universo, quello della boxe, pieno di insidie. Un mondo a molti tenebroso e sconosciuto nel quale vale la pena immergersi per un «viaggio» tormentato e tormentoso che ci viene proposto attraverso una raccolta di appunti e di riflessioni che diventano dramma e poesia di personaggi che alla fine sono solo meteore del nostro tempo.
La chiamano «la nobile arte». Gli uomini che la frequentano non sempre lo sono.
Massimo Manfregola
Dario Torromeo, quarant’anni al Corriere dello Sport-Stadio, trenta da inviato.
Ha collaborato con Stream-Tv, Italia 1, Rete 4, GQ, Epoca, Il Messaggero, Avvenire. Ha seguito dieci Olimpiadi, centinaia di mondiali di boxe, grandi eventi di calcio, tennis, nuoto. Ha intervistato Ali, Leonard, Tyson, Archie Moore, Foreman. Ha vinto l’Italian Sportrait Awards, Miglior Libro Sportivo dell’anno, con “I miei Giochi”; il Premio Selezione Bancarella Sport con “Anche i pugili piangono”, da cui sono stati tratti due spettacoli teatrali; tre Premi Coni Nazionale, due Oscar del Pugilato, il Premio Giorgio Tosatti alla carriera.







